• Vasco Rialzo

La magia della partenza per un viaggio... A Barcellona o dovunque si voglia

Titolo ingannevole per un articolo che sfrutta Barcellona per parlare d'altro, in realtà. Del viaggio in sé e, soprattutto, del magico momento della partenza e di quando l'aereo si stacca da terra e si dirige verso l'anelata meta

L'etimologia delle mie città spagnole preferite vi ha annoiati. Lo so, ne sono certo. E allora oggi desideravo risvegliarvi con qualche parola nuova, che fosse divertente e frizzante e che riattivasse i neuroni con un po' di emozione. Visto che anch'io mi sono (auto) flagellato di sbadigli, vi propongo un testo tratto dal mio romanzo Adéu. Sì, avete ragione, picchio sempre sugli stessi libri, ma questa volta vi stupirò anche se di parole nuove non ce ne sono...

Perché allora? Perché in quel libro c'è una parte importante, che molti di voi hanno apprezzato molto. Quella parte narra, con tutti i limiti imposti da Olindo e dal suo amico Oreste, di quel magico momento che è l'inizio di un viaggio. Quell'emozione che si prova quando tutti i giochi sono fatti e non resta che affidarsi all'aereo per arrivare dove tanto si desidera. Barcellona nel caso del romanzo Adéu, appunto.

Questa volta niente ricette, canzoni, consigli di viaggio, provocazioni, storie strampalate e illazioni, dunque. Lascio la parola a Olindo, il mio amato personaggio tanto sfigato quanto simpatico che, decollato da Bologna, vive così la partenza verso quella folle esperienza di vita che avrebbe vissuto dopo poco di più di un'ora di volo in quel di Barcellona, dall'arrivo in aeroporto per una settimana. Buon viaggio!

L’aereo abbandona la pista bolognese e invita senza indugio il buon Oreste a ingubbiarsi lesto. Durante il volo mi perdo, malinconico, in mille pensieri. Belli e brutti. Soprattutto brutti. Dopo tutto la mia vita è uno schifo. Penso questo. Da molto tempo. Senza una dimora fissa. Senza un lavoro fisso. Senza un amore fisso. Senza un’idea fissa. Di chi sono. E di dove sto andando. Sto volando a Barcellona. Questo è ovvio. Ma dopo? E anche durante? Cosa rappresento per me stesso? Un cretino che non accetta l’avanzare del tempo? Uno sciocco che ha paura della vecchiaia? E che, perciò, esorcizza il ticchettio dell’orologio con stupide attività musicali, drink indigeribili, vestaglie da pappone, ciabatte in pelle umana? Bene, tutto questo diverte assai gli altri. Incontrare Olindo è sempre un diletto speciale. Mille ghigne, mille risate, mille scenette risarole. Poi, però, ognuno a casa propria. E Olindo si ritrova, solo, con le sue cazzo di ciabatte a chiedersi perché, per come, per dove, per quando. È vero mettiamo, è vero perché, è vero non so. Fanculo.

Nuvole velate e lattiginose coprono il mare, sotto i miei piedi. Arredati con fanghetta odiosa, tipo adolescente del cazzo. E siamo daccapo. Al mio fianco Oreste gubbia di brutto, russando come un montone. Lo osservo. Nonostante sia un bel ragazzo, a suo modo è orrendo. Bulbo informe, carnagione chiara, sopracciglia barbagine, un milione di punti neri, pelle grassa e lucida. Un rutto d’uomo. Eppure piace. Ed è pure simpatico. In fondo è un buon ragazzo. Pure belloccio. Però, così, su due piedi, fa scago. Forse anche su un solo piede. Noto con disgusto un leggero filo di bava che gli cola dalla bocca. Gli manca solo la bolla al naso e lo butto giù dall’aereo.

Passa una hostess. Alta e piacevole. Graziosa. La fermo. Le chiedo, con grande disinvoltura e piena padronanza dell’idioma castigliano, una birretta e, se le ha, anche due patatine. Muoio di fame e di sete. Acconsente con un bel sorriso e svanisce in fondo al corridoio. Oreste è imbarazzante. Mentre slegavo col mio spagnolo, egregio anche se in disuso, ella osservava perplessa il compañero al mio fianco. Forse lo ha scambiato per il mio ragazzo. Due culi in gita a Barcellona. Bella gita. Che figura del cazzo, Oreste. Giuro che ti butto giù, per dio.

Torna la donzella volante. Mi serve con destrezza un succo d’arancia e biscottini al burro. La osservo con fare esperto. Ella continua a guardare Oreste. Che vorrei volasse fuori dal finestrino. Mi sta sputtanando. Ovvio che il mio spagnolo richiede accurata revisione. Di grammatica, ortografia e vocaboli. Pazienza. Ella tentenna un po’. Poi, facendomi l’occhiolino, sentenzia un’interessante esclamazione.

“Que guapo!”

Ho fatto colpo. Un adone in volo. Col petto in fuori, rispondo orgoglioso.

“Muchísimas gracias!”

Ella, scuotendo il capo e rossa in viso, precisa.

“Tu amigo...”

Mi nascondo dietro il bicchiere di succo, versandomene una parte addosso e impataccandomi le mani di brodaglia dolce e appiccicosa. Cazzo, si riferiva a Oreste. Roba da non credere. Mentre si allontana, do un’occhiata al compañero. Come cazzo ha fatto a vederci qualcosa di bello?! Incredibile. Un lago di bava maleodorante gli si diffonde sulla camicia sgualcita e improbabile. Ronfa come un ippopotamo. E lei, dall’alto dei cieli, mi dice che lo trova guapo. Si prospetta una bella gita, in quel di Barcellona. Proprio bella. Piena di stimoli e, soprattutto, di soddisfazioni.

Fagocito biscotti e succo di frutta. Urto volutamente il gomito di Oreste che, bofonchiando cose incomprensibili, si spalma contro la fusoliera, facendo colare il suo orripilante muco orale non più sulla camicia, bensì sul bracciolo della poltrona. Peraltro, senza svegliarsi. Lo odio. E non siamo neanche arrivati. Benissimo. Cominciamo egregiamente.

L’aviogetto inizia la discesa, regalandomi una suggestiva visione della grande città. Immensa e variopinta. Mentre mi godo il panorama, infilo una paglia in bocca a Oreste. Quando la stessa hostess passa a controllare cinture e tavolini, sveglia con ferocia il compañero sottolineando che in aereo è assolutamente vietato fumare. Beccati questa, stronzo. Le regole son regole, anche per i cazzoni come te, caro Oreste. Egli, senza capire una mazza e non connettendo affatto, sputa la paglia a terra e le chiede una birretta. Emettendo forti e vomitevoli segnali di alitosi cronica e funerea. Ella, sconvolta da siffatto fetore e dalla maleducazione del così guapo chico italiano, gli risponde in malo modo, abbandonandolo a se stesso. Oreste mi guarda con fare idiota. Che gli viene benissimo.

“Ma che ho fatto di male?”